Recensione di RITA BICHI
La possibilità di dar voce a chi non ne ha, e cioè a coloro che la società nella quale vivono lascia alla periferia del sistema, è una delle ragioni della rinascita della cosiddetta ricerca qualitativa negli anni ’60 dello scorso secolo in Italia. È dunque particolarmente rilevante che sia pubblicato oggi, a cinquant’anni di distanza, un libro che discute di questo tema, segno di un’immutata capacità del sistema di produrre marginalità, certo - come ai tempi dei primi studi della tradizione sociologica di Chicago e del fondativo studio sulle migrazioni dell’epoca – ma anche della necessità, ancora oggi, di riflessione metodologica sugli strumenti usati dalla ricerca sociale per ascoltare le parole di “chi non ha voce”.
Il volume di Ciucci si pone dunque in piena continuità con una tradizione sociologica ben radicata ma presenta in sé un carattere di originalità che ne fa uno strumento innovativo. Questo carattere ri-siede innanzitutto nell’intenzione dell’autore di applicare il metodo dell’ascolto ai processi valutati-vi, nei quali non solo la perifericità rischia di diventare totale esclusione, ma nei quali, come è messo bene in evidenza nella prefazione al libro di Mauro Palumbo, il ricercatore deve render conto del proprio operato a una molteplicità di soggetti che non fanno parte solo della comunità scientifica. Questa caratteristica, con tutta evidenza, complica l’azione del ricercatore, la rende più complessa e di più difficile gestione. Ciucci accetta un compito difficile; assumere la pesante eredità di una lette-ratura vastissima, articolare un approccio sistematico, far rientrare tale razionalizzazione all’interno di un campo d’indagine più orientato a rilevare le dimensioni di un fenomeno che a studiarne i per-corsi e i processi.
Per gestire questa complessità, l’autore decide di iniziare il suo percorso definendo, chiarendo e ten-tando una sistematizzazione dei modi e delle procedure dell’interrogazione che i sociologi etichet-tano in maniera non universalmente condivisa ma che, tutti, rispondono al nome di “intervista”.
Il primo passo che Ciucci compie è di limitare la sua area di attenzione a uno specifico modo di in-terrogare, prendendo subito parte per quella che chiama intervista semistrutturata, e lasciando la di-scussione generale a una più ampia dissertazione metodologica che gli serve a inquadrare quello che considera lo strumento maggiormente utile al procedere ordinato di una rilevazione, forse anche in vista del suo impiego in processi valutativi. La classificazione usata tiene conto dell’approccio che Mauro Palumbo ha proposto nel 2006 ma anche di altre proposte che da questa si discostano, dimostrando una buona conoscenza della letteratura che, soprattutto dall’inizio del nuovo secolo in Italia, si è adoperata allo scopo di mettere in ordine un vasto e disarticolato ambito metodologico. Particolare attenzione viene posta – l’ordine di ingresso nel capitolo lo conferma – alla dimensione relazionale che segna l’incontro tra chi chiede e chi risponde, tema che viene poi riproposto più estesamente nel capitolo dedicato ai “sentieri metodologici”.
Infatti, dopo aver ricordato la discussione – tutta italiana – sulla definizione degli approcci di ricerca che segnano quella differenza così a lungo chiamata qualità vs quantità, l’autore analiticamente distingue le dimensioni proprie della relazione intervistato/intervistatore rimanendo, da un punto di vista epistemologico, su un crinale che lo porta da un lato a sostenere la flessibilità (su cui insiste molto), l’apertura degli schemi interpretativi del ricercatore a modi diversi di categorizzare il mondo, la valutazione come processo di apprendimento e dunque l’idea che le parole degli altri abbiano un peso sostantivo negli esiti del percorso di ricerca, in un processo che, come tutte le azioni sociali, tiene conto della reciprocità delle intenzioni e delle interpretazioni. L’autore, peraltro, abbraccerà esplicitamente, più avanti, un approccio costruttivista. Dall’altro lato, però, è convinto nel conside-rare come “distorsioni”, “effetti perturbativi” i processi che si svolgono per effetto dell’interazione tra intervistatore e intervistato. Molto più interessante sembra essere l’accenno che l’autore fa a proposito dell’asimmetria, Bourdieu direbbe anche alla violenza simbolica, che può prodursi nella relazione che si instaura tra i due protagonisti. Il mercato dei beni linguistici e simbolici, sempre ci-tando l’autore de La misère du monde, è una dimensione metodologicamente rilevante, di grande interesse sicuramente anche nell’ambito dei processi valutativi e tanto più se la parola appartiene a persone vulnerabili e dunque socialmente fragili. Si potrebbe, intanto, partire dall’idea che il “dare voce” si applichi a una situazione di iniziale asimmetria, di asimmetria genetica, tra chi ha il potere di “darla” e chi, in qualche modo, la riceve.
È proprio al discorso sull’esclusione che si focalizza il terzo capitolo di questo libro, con particolare attenzione alla possibilità di dare voce a chi più spesso ne è privato, partendo dal concetto di citta-dinanza. L’autore esplora qui analiticamente le dimensioni del “dare voce”, fino a considerare gli effetti inattesi di tale azione che pure rivestono, anche dal punto di vista valutativo, centralità e rile-vanza.
Uno dei pregi del volume di Ciucci è la commistione tra aspetti fondativi, metodologici e tecnici. L’autore, infatti, dopo aver tracciato il percorso già descritto, esemplifica il suo approccio con due casi di ricerca - una valutativa e l’altra una ricerca sociale - nei quali sono state raccolte interviste (ma anche usati altri strumenti di rilevazione) a persone socialmente deboli. L’autore, per ciascuna ricerca, propone una sintesi del cammino svolto e i principali risultati dello stesso. L’analisi è con-dotta in maniera chiara e efficace, con una netta propensione alla restituzione dei testi raccolti ma anche con la tensione a rendere leggibili e sintetiche le principali dimensioni del fenomeno indagato e i percorsi di analisi dei testi che le hanno prodotte. L’intenzione dell’autore, nel riportare questi due casi ricerca, è anche quella di corroborare l’ipotesi che “dare voce” sia opportuno e utile non solo a una migliore conoscenza del fenomeno indagato ma anche ai fini di un migliore esito dei processi valutativi.
L’ultimo capitolo del libro si concentra su quelli che l’autore chiama “sentieri ermeneutici”, lungo i quali incontra inevitabilmente la svolta linguistica, di cui propone un rapido excursus e che pone a fondamento della possibilità per la ricerca sociale e valutativa di seguire la strada che porta alle pa-role degli altri. Un accento viene posto sul “cercare un’empatia”, azione che per l’autore ha una di-rezione ben precisa, quella che vede come soggetto il ricercatore. Ciucci non chiarisce o articola questo aspetto, sicuramente perché l’economia del libro non lo consente, ma pare doveroso sottoli-neare l’importanza che tale concetto ha nella riflessione sull’approccio che si può chiamare biogra-fico, a partire dalla riflessione di Dilthey fino agli studi fenomenologici e, oggi, anche alle neuro-scienze, che la vedono protagonista nello studio della capacità di comprensione umana. L’empatia - spesso interpretata come sinonimo di un semplice coinvolgimento emozionale o simpatia, intesa come il provare sentimenti positivi nei confronti di qualcuno - è da considerarsi uno dei concetti centrali – da Weber in poi - nella discussione sulla necessità da parte delle scienze sociali di com-prendere ancor prima di poter spiegare.
Complessivamente, il libro di Ciucci si pone nella letteratura sociologica e valutativa come un ori-ginale e utile strumento, fruibile a diversi livelli e in diversi settori della ricerca sociologica. Tra le sue qualità, alcune delle quali già citate, anche quella di discutere insieme - tra differenze e, forse più numerose e importanti, somiglianze - di due ambiti, la ricerca sociale e la ricerca valutativa, figlie di uno stesso metodo, ma tanto spesso separate in casa.
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Giovedì, 13 Luglio, 2017 - 12:27