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Stefania Capogna, Socializzarsi con, nei, social media. Processi sociali e comunicativi

Creato il:  15 Maggio 2012

Recensione   di Grazia Imbastaro
 
Il caso studio preso a modello di riferimento per la riflessione è costituito dal progetto Insegnare e Apprendere con i Social Network.
L’autrice sviluppa l’attività della ricerca osservando in maniera partecipata, e in qualità di discente, un corso di aggiornamento professionale all’interno di una piattaforma e-learning mirante ad integrare le potenzialità e il valore dei Social Network nella didattica, ricostruendo il percorso di socializzazione allo strumento “rete”, testandone personalmente gli stati d’animo e quello dei partecipanti e mettendo in atto specifiche abilità di azione.
L’osservazione si estende all’esperienza indiretta di una comunità di docenti ed esperti, abituali utilizzatori del social network nelle loro attività, al fine di comprenderne usi, rischi, opportunità e criticità connesse all’utilizzo delle tecnologie mass multimediali.
Il proposito scientifico della ricercatrice è di osservare e connotare il processo di maturazione individuale che accompagna il soggetto utilizzatore dei social media ad assumere un ruolo attivo nei nuovi ambienti tecno sociali creati dal web.
I risultati presentati dall’autrice forniscono un efficace contributo alla riflessione sul modo in cui i sistemi educativi tentano a fatica di misurare i loro interventi con un nuovo modello pedagogico integrativo del multimediale.
 
Nuove competenze: sapere, saper fare, saper essere in rete
 
A casa, al lavoro, a scuola o per semplice svago, ognuno di noi ha una più o meno diretta esperienza del mondo virtuale.
Ma essere connessi ad un server, digitare e inviare un messaggio di posta elettronica, condividere informazioni su un forum, frequentare lezioni da un corso di formazione a distanza, ecc., come ci fa sentire?
Il modo in cui agiamo nella rete, ci rende partecipi di un ambiente virtuale nel quale ci sentiamo attori organizzati per il pubblico che abbiamo di fronte, o sentiamo di muoverci in uno spazio che non ci appartiene e che utilizziamo esclusivamente in funzione dei nostri obiettivi pratici quotidiani?
Ci siamo mai sentiti veri attori protagonisti della rete?e come ci presentiamo ad essa?
 
La lettura di questo saggio rimanda alla riflessione sul modo in cui ciascun individuo sperimenta la relazione tra se stesso e le tecnologie multimediali e si fa forza della concezione secondo la quale Internet non rappresenta un mondo alternativo alla realtà, bensì integrativo rispetto a quello pensato da tutti come concreto.
Internet, come mondo virtuale, non significa perciò irreale bensì possibile, realistico, poiché evidente a tutti ma concreto solo se volutamente attivato, creato dall’utente connesso alla rete.
 
Con l’avvento della Grande Rete Mondiale, nota a tutti anche come Web, il modo di comunicare, acquisire, produrre conoscenza e accedere all’informazione si è potenziato di nuovi paradigmi, regole, canali di condivisione, luoghi, strumenti, espressioni, che richiedono pratiche sempre più complesse e sistematicamente aggiornate.
Il soggetto è oggi potenziale utilizzatore di una pluralità di contenuti, in una molteplicità di linguaggi, con un’immediatezza nel grado di accessibilità che quasi sconvolge.
Questo potere in realtà è nullo in assenza di quello che l’autrice chiama “esperienza digitale”, ossia una capacità materiale e mentale di accesso ai dati e sistematizzazione dei loro contenuti.
Tutto questo mare d’informazioni non ha valore per il soggetto se non è mediato dalla capacità di saper scegliere responsabilmente e con competenza cosa tirar su dalla rete.
Il paradosso, messo in luce nella prima parte del testo, è proprio il divario che intercorre tra l’estrema emancipazione dell’attore sociale nell’accedere e navigare in rete e l’obbligo di scegliere nell’immediato la propria rotta per interagire ed essere integrato nella società della rete.
Insomma, è necessario imparare a stare nella rete per poterci vivere.
 
Nel ricostruire gli esiti del caso empirico preso in esame da Capogna, ci s’immerge in uno spazio di esperienze che sintetizza un approccio costruttivista (Capogna p. 74) per il quale, dal riconoscimento del valore delle pratiche partecipate dai soggetti, se ne evidenzia una potenzialità in termini di conoscenza nuova, di opportunità aggiunta.
I vincoli inevitabilmente imposti dalla varietà degli ambienti tecno-sociali in termini d’interazione tra partecipanti eterogenei e di regole di comunicazione responsabile, non limitano in ogni caso lo sviluppo di una rete di dinamiche comunitarie che, a loro volta creano dimensioni sociali di apprendimento e condivisione.
Fare “amicizia” in questi ambienti di condivisione prevede la messa in atto, sulla scia di Le Boterf (2008), di un’efficace gestione di competenze individuali e collettive insieme.
Una competenza isolata non arricchisce ma se altre competenze cooperano, se altre competenze sono messe in connessione reciproca, se coniugate ad altre ancora, questo permette di integrare la propria personale competenza con quella della rete.
Per questo, nell’esperienza riportata dall’autrice, è ben evidenziato il ruolo del facilitatore, ossia la guida che anima la comunità virtuale e che tiene il filo rosso dei contenuti, stimola il confronto e le riflessioni.
La comunicazione gestita favorisce la conoscenza che si genera nella e con la relazione, dove ciascuno s’impegna alla costruzione di una propria rappresentazione di sé, in un processo mai determinato, in un dialogo denso che attraversa interfaccia sempre nuovi.
La comunicazione, in tutti i suoi codici espressivi, rappresenta uno strumento strategico (Boffo, 2007) utilizzato dal soggetto nella riflessione delle dinamiche sulla costruzione del se adulto. Un processo nel quale oggi, più che mai, il soggetto ha bisogno di sostegno, un processo che fluttua negli ambienti di una vita liquida (Bauman, 2000) a elevata densità relazionale e che rischia di creare dispersione.
Il rischio, come puntualizza l’autrice, è che il soggetto post-moderno costantemente esposto e utilizzatore delle nuove tecnologie multimediali, viva con disagio questo processo di lenta e costante progettazione del sé attraverso la net society, senza “giusto equilibrio” (cfr Capogna p. 67).
Saper essere in rete vuol dire essere riconosciuti-riconoscibili ai suoi nodi, ai suoi utilizzatori e creatori, vuol dire creare se stessi nella rete senza essere qualcos’altro quando ci si disconnette da essa (anche se talvolta qualcuno ci prova).
 
Un nuovo paradigma dell’educazione: i social media nella didattica
 
Un vero e proprio stato di torpore, come rileva l’autrice, caratterizza l’atteggiamento e lo stato d’essere dell’istituzione scolastica educativa, testimoniato da un’evidente difficoltà a integrare il cambiamento contro la necessità di far fronte alla sfida di formare a una cultura critica dell’apprendimento e diffonderla alle nuove generazioni.
Di fronte all’evolversi del computer nelle più svariate forme, allo sviluppo della rete Internet anche attraverso la diffusione dei Social Network, alla conseguente molteplicità di strumenti e codici espressivi, il dibattito sulle politiche educative non può prescindere dal comprendere un processo di “media education” (Rivoltella, 2001) all’interno della funzione educativa.
I primi passi sono stati fatti introducendo l’informatica come materia di studio nei programmi scolastici prima, e con la diffusione della piattaforma e-learning come spazio del nuovo metodo di formazione a distanza oggi.
Ciò vuol dire passare dal vecchio sistema educativo basato sulla linearità della trasmissione del sapere, veicolata dal libro scritto e da una didattica frontale, a percorsi d’apprendimento personalizzati, multidimensionali e multimediali.
Per il sistema scolastico e accademico, misurarsi con modelli alternativi ha da sempre determinato una chiusura e una crisi di quel modello pedagogico che lo vuole come agenzia di socializzazione con il più ampio spazio d’intervento.
L’autoreferenzialità del sistema la fa da padrone; testimonianza ne è da sempre la riluttanza con cui l’istituzione educativa condivide il suo campo d’azione con altre agenzie di socializzazione nel timore di indebolire una missione, quella di istruire, ormai da qualche tempo comunque superata.
Questa chiusura ha creato una mancanza di dialogo con il sistema socio-economico ma soprattutto con la generazione giovanile che è nata e cresciuta con il web, vero e proprio agente di socializzazione.
Il timore verso un nuovo modo di fare insegnamento rappresenta oggi una deriva riguardo all’introduzione e sperimentazione della tecnologia dei social media nelle pratiche didattiche, ma si tratta di un rinnovamento ormai indispensabile perché parte dal basso, dalle esigenze del soggetto che apprende.
Certo è più semplice per la generazione dei Social Network sentirsi a proprio agio in un ambiente informale come internet e le comunità virtuali; ciò non può dirsi, allo stesso modo, per la maggior parte dei docenti, tutor, orientatori ed educatori entrati nel mondo digitale in un secondo momento.
Non solo. Accogliere il mutamento di approccio alla funzione tradizionale da parte del docente per assumere il ruolo di mediatore nelle nuove forme di socialità proposte dalla rete, implica un riadattamento del set educativo (Smeriglio 2009).
L’habitat formativo richiede un cambiamento architettonico vero e proprio, che predisponga alla condivisione e allo sviluppo della progettualità nel soggetto.
Lo spazio si ridefinisce, quello reale tanto quello virtuale, in funzione non solo dei nuovi dispositivi tecnologici ma soprattutto della necessità di organizzare una formazione diretta alla cooperazione e alla comunicazione tra i discenti (ivi).
 
 
 
Socializzare ai nuovi ambienti di apprendimento tecno-sociali
 
È possibile dire che, oggi, nel processo di socializzazione primaria entrano a pieno titolo tutte le nuove tecnologie; dunque esse generano effetti non trascurabili nei modi di apprendimento, di comunicazione e di relazione delle nuove generazioni.
Innanzitutto, liberano il soggetto da vincoli di tipo spazio-temporale, creando opportunità di partecipazione e informazione per il tramite di un’ampia gamma di strumenti comunicativi e codici espressivi.
È pur vero, al contrario, che l’assoluta libertà comunicativa e una scelta così vasta di percorsi può creare un disagio sociale dato da una mancanza di gestione delle informazioni cui si ha accesso, con il rischio di amplificare il gap tra chi si arricchisce di competenze che gli permettono di partecipare attivamente all’interno delle comunità virtuali e chi viene inghiottito dalla rete senza poter esprimere la propria soggettività.
Arrivare ad affermare il sé digitale (Capogna p. 95) richiede un impegno in termini di presenza, costanza e non può prescindere da una forte motivazione ad apprendere, un marcato senso critico riflessivo, nonché dalla disponibilità a collaborare e condividere esperienze e opinioni.
Per non rimanere invischiato in un mare di contenuti è necessario che il soggetto diventi, secondo il modello di Callon e Latour, un actor-network, dotato di competenze di controllo, decodifica e responsabilità, e d’interconnessione con i nodi della rete, tali per cui sia in grado di creare reti di relazioni, chiuderle e aprirne altre per transitarvi in un processo di scambio continuo.
Questo è un tema che richiede un dibattito e linee d’intervento al sistema educativo se si considera che, come rilevato nel testo, nella logica del network solo i nodi che rappresentano un valore per la rete sono integrati in essa mentre sono esclusi tutti gli altri.
 
I sistemi educativi, formando all’utilizzo strategico e responsabile dei social media, sostenendo nel processo di socializzazione ai nuovi spazi tecno-sociali creati dalle comunità di rete, hanno l’opportunità di far eseguire un miglioramento ai soggetti connessi alla rete, trasformandoli da semplici users a makers.
Attuando un cambio di prospettiva si moltiplicano le potenzialità dei sistemi di apprendimento che integrano così le loro pratiche: apprendimento teorico-conoscitivo e apprendimento pratico-esperienziale.
Non vi è ragione logica che induca a rinunciare a uno dei due ma solo la persuasione di ritenere opportuno fare conoscenza di un nuovo strumento di valutazione nelle pratiche educative.  Da qui si apre una nuova riflessione tutta da costruire.
 
 
 
 
 
 
 
 
Riferimenti bibliografici
 
Bauman Z. (2000), Liquid Modernity, trad. it.: Modernità Liquida (2002), Laterza, Roma-Bari.
 
Beck U. (2000), La società del rischio, Carocci, Roma.
 
Boffo V. (2007), Comunicare a scuola. Autori e testi, Apogeo, Milano.
 
Capogna S. (2011), Socializzarsi con, nei, social media. Processi sociali e comunicativi, Scripta web, Napoli.
 
Commissione Europea (2000), Memorandum sull’istruzione e la formazione permanente, Bruxelles.
 
Latour B. (2005), Reassembling the social: an introduction to Actor-network theory, Oxford University Press, Oxford.
 
Le Boterf G. (2000), Construire les compétences individuelles et collectives. Agir et réussir avec competence. Les réponses à 100 questions, trad. it. Vitolo M., Calvaruso A., Loj F., Loj S. (a cura di) (2008), Costruire le competenze individuali e collettive. Agire e riuscire con competenza. Le risposte a 100 domande, Guida, Napoli.
 
Rivoltella P. C. (2001), Media education. Modelli, esperienze, profilo disciplinare, Carocci, Roma.
 
Smeriglio D. (2009), La didattica tra innovazione e tradizione. Indagine conoscitiva sulle convinzioni e sugli atteggiamenti degli insegnanti nei riguardi delle tecnologie digitali, Morlacchi, Perugia.

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Giovedì, 13 Luglio, 2017 - 12:27